mercoledì 31 dicembre 2014

Augusto Cavadi recensisce La verità cammina con noi

Non è facile incontrare qualcuno che conosca l’opera di Maurice Bellet (Parigi, 1923) nonostante abbia pubblicato decine di libri, di saggi, di articoli tradotti in italiano, spagnolo, tedesco, olandese, inglese, portoghese, brasiliano e cinese. E non è facile, suppongo, perché un tipo come lui non fa scuola: è troppo originale. E troppo sospetto. In quanto prete cattolico (dal 1949) e teologo è visto con diffidenza dagli ambienti filosofici e, in quanto psicanalista, è visto con diffidenza dai teologi e dai filosofi.
Per fortuna (di Bellet, ma anche di noi lettori curiosi di stimoli spirituali) c’è un appassionato studioso italiano, Paolo Calabrò, che ha confezionato una esauriente summa del pensiero belletiano, intrecciando notazioni personali e ampi brani antologici: La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell’umano di Maurice Bellet, Prefazione di Stefano Santasilia, Il prato, Saonara (Padova) 2014, pp. 250, euro 18,00. La sostanziosa monografia è scandita in otto capitoli
e sigillata da un’interessante intervista dell’autore a Bellet, qui edita per la prima volta. Ripercorriamoli quasi telegraficamente.
Il primo capitolo raccoglie le idee del pensatore francese in ambito filosofico (della commissione del suo dottorato alla Sorbona facevano parte Ricoeur e Levinas). In dialogo con Cartesio, egli sostiene che “il peggiore nemico della ragione è il ‘razionalismo’ che la identifica temerariamente con le sue tesi e i suoi pregiudizi. La ragione è domanda, questa è la sua grandezza, e la domanda lavora nella ragione stessa, fino ai suoi principi e fondamenti” (p. 21).
Nel secondo capitolo sono richiamate alcune prospettive di Bellet in campo teologico. Egli denunzia il “Dio perverso” del cristianesimo tradizionale, quel “Dio esigente” per il quale “in materia di morale tre cose sono permesse: la prima, niente; la seconda, niente; la terza, niente” (p. 79). E vi oppone il Dio dell’agape, della “tenerezza”: un Dio per il quale, come ha insegnato il Nazareno, “la legge di ogni legge” è “che vivano tutti” (p. 95); che nessuno osi giudicare il fratello, neppure dall’alto di una (presunta) ortodossia dottrinale.
Nel terzo capitolo, dedicato alla psicanalisi, Bellet ricorda che “non si può vivere al di fuori di ciò che si è psicologicamente”. Commenta Calabrò: “la teologia cristiana può anche odiare la psicologia come nemico acerrimo, ma non può passare sopra a questa conclusione. Ciò che vale per il corpo (nessun uomo può fare il pugno più grande della sua mano – diceva Montaigne), vale anche per la mente e per i desideri – consci e inconsci – che vi si annidano” (p. 111).
La concezione antropologica di Bellet, riassunta nel quarto capitolo, ruota intorno al perno dell’amore, di “quella realtà senza la quale non c’è vita umana, non c’è umanità. Volontà e pensiero, senza quest’amore, non sono che furore e paura” (p. 124). Nemico dell’amore, dunque dell’umanità dell’uomo, è prioritariamnete “il potere, il gusto del potere, la brama di dominio, di farsi obbedire o, meglio ancora, di essere il maestro o padrone delle anime e delel coscienze, signori sugli spiriti e sui cuori. E’ forse l’avere misconosciuto la potenza di questo bisogno, la sua capacità di insinuarsi in tutto, di accaparrarsi le migliori cause, che ha fatto scivolare le rivoluzioni dall’intenzione generosa all’oppressione sistematica” (p. 130). La manifestazione più ‘pura’ (tra molte virgolette) di questa “brama di dominio” è la “crudeltà”: quel duplice movimento, che consiste nel divorare e nel vomitare l’altro, “all’opera in due malattie-simbolo di quest’epoca: l’anoressia e la bulimia” (p. 129). Anticamera e, poi, effetto di questa tendenza a manovrare crudelmente i propri simili è la sete di denaro: “Di tutto ciò che i ricchi, popoli e individui, accaparrano, cosa è necessario alla fame pura e anche al gusto della festa? Molto poco. Il resto è fame falsa che instaura il regno della crudeltà. E’ però un regno invisibile perfino a coloro che vi si trovano dentro” (p. 132).
In una visione antropologica multidimensionale, pluriprospettica, non poteva mancare il capitolo sull’economia: che è, appunto, il quinto. In esso si distingue ciò che l’attività economica è riuscita a realizzare (il soddisfacimento di bisogni) da ciò che è riuscita a suscitare (il desiderio di voglie, di capricci) con l’intento di non soddisfarlo mai definitivamente (pena il proprio suicidio). In quest’ultima accezione - capitalistica – l’economia tratta solo di beni quantificabili, negando in essi (e nell’essere umano) la rilevanza di ciò che non ha prezzo (e che proprio per questo è più prezioso). Oppure riducendo ciò che non ha prezzo a un dato quantificabile: come quando denomina “risorse umane” l’insieme dei lavoratori, livellandoli al piano del petrolio o del carbone. Se si pensava che lo sfruttamento fosse il punto più basso di degradazione raggiungibile, ci si sbagliava: oggi la società pullula di “esclusi” dal sistema produttivo la cui più altra aspirazione sarebbe di diventare degli “sfruttati”. In questo contesto ognuno può impegnarsi a “creare l’inedito”, lavorando “negli interstizi (ad esempio, nelle associazioni senza scopo di lucro) e ai margini , diffondendo la propria opinione”, per riaprire spazi all’astinenza (“dall’eccesso di cibo a quello di benzina, di immagini e di chiacchiere”) in funzione della gratuità (“contemplazione, lettura, pensiero, conversazione, gioco, passeggio, arte ecc.”) (pp. 152 – 153).
Alla poliedrica produzione di Bellet appartengono anche quattro romanzi. Il sesto capitolo della monografia di Calabrò è dedicato a raccontarne la trama, non senza l’avvertenza che del quarto (I viali del Lussemburgo) è possibile leggere la traduzione italiana edita da Servitium (Sotto il Monte, 1997).
Nel 2004 Bellet ha pubblicato il saggio Le paradoxe infini. Pour une science de l’humain: all’esposizione dei passaggi principali di questo testo è dedicato il settimo, penultimo capitolo. In principio il pensatore francese fissa due criteri (strettamente intrecciati): fare scienza significa cercare incondizionatamente la verità (fosse pure, per uno scettico, la verità che non si possono attingere verità) e servirsi di qualsiasi ‘mezzo’ per raggiungerla (senza sottomettersi a priori a un determinato metodo che, valido in un contesto, potrebbe risultare invalido in un altro). Applicare questa idea di scienza all’essere umano significa rinunziare a comode oggettivazioni e sperimentare, mediante l’ascolto, “lo sconcertante” (p. 185). Cos’è, dunque, l’umano? Bellet prova a caratterizzarlo mediante le nozioni di “limite” e di “cammino”. Come si esprime Calabrò, “il limite si caratterizza come ciò che de-finisce l’uomo , è ciò che si manifesta all’incontro con l’inumano. Non sappiamo cosa sia l’umano, ma sappiamo dove smette di esserlo” (p. 187). Poiché questo limite muta nella storia, è soltanto nella storia che possiamo realizzare una sempre meno imperfetta esperienza dell’umano. Ne risente la nozione stessa di verità: vero non è tanto il discorso universale, bensì “ogni pensiero che riconosce il proprio limite ed accetta di farsi ascolto” (p. 189).
L’ottavo, e ultimo, capitolo è intitolato Sullo stile ma, in realtà, le considerazioni sullo stile comunicativo di Bellet occupano solo la prima metà del capitolo; la seconda, infatti, è dedicata a discutere alcuni critici (J.-M. Maldamé, C. –R. Monteil, S. Santasilia e R. Panikkar) del pensatore francese. Come nella intervista (Rifiutare la distruzione) che segue immediatamente, è possibile qui cogliere il nucleo generatore e l’anima ispiratrice della vasta e variegata produzione di Bellet: “C’è una seconda volta!” per tutti, anche per chi ritiene di essere condannato alla disperazione, ai “bassifondi” della società e dell’esistenza (pp. 223 – 224).
Il prezioso volume è sigillato da una Conclusione dell’autore, da un’ampia Bibliografia (dove si dà notizia anche del sito ufficiale di Maurice Bellet in lingua italiana: www.mauricebellet.it) e da un Glossario dei termini e indice dei nomi.
Sarebbe troppo lungo, per lo spazio di una recensione, riprendere e discutere i temi su cui Bellet esprime, insieme a considerazioni acute e condivisibili, opinioni meno convincenti. Una per tutte (ma davvero radicale) riguarda il funzionamento del “pensiero teologico o filosofico” la cui “verità deriverebbe dagli effetti positivi che produce sulla persona che lo riceve” (p. 214). Bellet vi riconosce “il vero criterio di verità”: ma non è piuttosto la tentazione da cui provare a preservarsi? La ricerca intellettuale (proprio quando non è del mero intelletto ma coinvolge il soggetto nella sua globalità) deve lasciarsi sorprendere da ciò che incontra, evitando di privilegiare ciò che incoraggia e motiva e di chiudere gli occhi su ciò che atterrisce e paralizza. La filosofia, avvertiva già Hegel, non può essere consolatrice a tutti i costi. Nella mia (per quanto poco significativa) esperienza personale ho dovuto tante volte abbandonare punti di vista confortanti e tonificanti esistenzialmente solo perché, a un esame oggettivo, risultati infondati. Alla lunga, certo, ho sperimentato anch’io “effetti positivi”, ma negli snodi cruciali è stato davvero duro abbracciare amare verità al posto di dolci, illusorie menzogne.

(«La prima radice», 31 dicembre 2014; «Augusto Cavadi - Il blog», 31 dicembre 2014)

0 commenti:

Posta un commento