sabato 14 dicembre 2013

Bisogna ripensare tutto


Colloquio con Maurice Bellet, filosofo e teologo

Viviamo in una cultura cristiana ormai stanca, relativa a un mondo moderno in profondissima crisi. E non si risolve il problema ricostruendo un ambiente cattolico dove tutti vivano felici
È un dibattito che non mi ispira molto perché temo che la questione sia posta male
reagisce subito Maurice Bellet, filosofo e teologo francese, quando gli chiediamo un parere sulle sollecitazioni di alcuni intellettuali laici perché l'Europa recuperi le sue radici cristiane.
In Occidente la tradizione cristiana ha avuto un ruolo importantissimo, ma anche complesso, paradossale, talvolta contraddittorio. Sarebbe abusivo concludere che l´Europa di oggi sia cristiana; sarebbe però altrettanto ingenuo fare come se questa tradizione non fosse mai esistita. L´atteggiamento più ragionevole consisterebbe nell´invitare l´Europa a fare i conti con tutta la sua eredità: la Grecia, Roma, il cristianesimo, lo sforzo del medioevo, l´iniziativa della modernità.
Cos´è che le sta a cuore?
Quello che mi interessa conoscere, in quanto cristiano e anche in quanto europeo, è il destino della fede cristiana nell´Europa attuale e se essa può ritrovare oggi l´intuizione e la potenza del Vangelo. Per un credente è indispensabile recuperare la grande memoria della fede cristiana, ma questo oltrepassa la semplice constatazione storica. È tutta un´altra cosa.
Recuperare la fede cristiana nel mondo attuale significa volgersi verso il passato o assumere altre iniziative? Quali?
È una domanda immensa. Io penso che la natura del Vangelo è quella di essere annuncio e quindi il suo luogo primo non è il passato, ma ciò che “av-viene”. Paradossalmente, se c´è una memoria, è memoria di ciò che avviene. La natura del Vangelo è di essere inventivo, come dimostrano le iniziative di Benedetto, Tommaso d´Aquino, Francesco, Ignazio di Lojola, per citare alcuni personaggi che hanno creato grandi novità storiche. Inventare suppone una certa presenza al passato, dove però il rapporto tra passato, presente e futuro è differente. Ritornare semplicemente al passato non ha senso. È la vecchia tentazione dei cristiani che vogliono ricostituire i tempi delle origini, invece che mantenere la connessione profonda tra la memoria viva e la creazione.
Quali iniziative dunque assumere per il presente?
Avrei voglia di citare le parole di Paolo VI riportate dal cardinale Congar nel sui libro Memorie del Concilio: “Bisogna ripensare tutto”. Sarebbe davvero una bella iniziativa! Del resto, anch´io sono convinto che il compito più importante riguardi il pensiero, come ha detto Giovanni Paolo II a Parigi: “Occorre pensare di nuovo la fede”. La debolezza di un certo numero di cristiani è non rendersi conto che questa è l´urgenza prima. Noi viviamo in una cultura cristiana ormai stanca, relativa a un mondo moderno in profondissima crisi. L´innovazione necessaria non consiste nel ricostituire un ambiente cattolico dove tutti vivono felici, la chiesa è splendida, la fede ha ritrovato la sua identità. Il rimprovero che rivolgo a un certo numero di iniziative è di essere di corto respiro.
Lei parla di una fede critica sia del proprio passato che della modernità. Come può esprimersi oggi questa fede critica?
Bisogna ritrovare la forza originaria della fede, che consiste nel riprendere la potenza di creazione e, al tempo stesso, di critica del Vangelo. Solo così è possibile superare la malattia mortale della chiesa nell´età moderna, ossia l´opposizione tra credenza e critica, che ha assunto le forme più svariate, come la contrapposizione tra fede e filosofia, fra tradizione e progresso. Per oltrepassare questa prospettiva è necessario percepire il Vangelo stesso come critica.
Come sarebbe a dire?
C´è nel Vangelo e in Paolo una critica assolutamente fondamentale del mondo, dominato dalle potenze malvagie della paura, della violenza, della tristezza, e del pensare secondo questo mondo. Tale critica verte non solo sul mondo, ma anche su ciò che la fede cristiana è diventata in seno ad esso. Quello che chiamiamo cristianesimo non è il Vangelo, ma una specie di impasto tra la potenza del Vangelo e il mondo dove tale potenza si esercita. Il cristianesimo storico ingloba sia la luce che viene dal Cristo risorto che le derive e le perversioni dove affondano i cristiani, incluse le autorità della chiesa. Di conseguenza, la critica del mondo è anche la critica di ciò che diventa la chiesa in questo mondo. Basta rileggere le lettere di Paolo, nelle quali egli sviluppa una critica radicale della saggezza mondana che, al tempo stesso, colpisce anche le prime comunità cristiane. È questo movimento che bisogna ritrovare, senza l´illusione di ricostituire il cristianesimo delle origini, avere le stesse idee o ripetere lo stesso linguaggio. È piuttosto ritrovare l´atto, le operazioni, le iniziative che caratterizzavano quel cristianesimo.
Cosa può significare oggi, si chiede Bellet, il grande dibattito di Paolo sulla circoncisione? In fondo Paolo, mettendo in discussione la pretesa di Israele di essere il popolo privilegiato da Dio, liberava il Dio d´Israele dalla chiusura e i pagani dall´esclusione.
Ritrovare qualcosa di quel movimento originario significa far esplodere il cristianesimo attuale, che è diventato la religione dell´Occidente. Questo passa, naturalmente, attraverso una critica. Il guaio è che i cristiani, dopo l´esperienza della Riforma e la cesura della modernità, si sono sempre attestati sulla difensiva e non hanno tanta confidenza con la critica. Ma rifiutarsi alla critica significa non avere il coraggio di andare fino in fondo alla verità e questo lo si paga sempre molto caro.
Qual è l´esperienza centrale della fede cristiana che è necessario sempre riprendere per essere fedeli al Vangelo?
Nel Nuovo Testamento ci sono parecchie risposte a questa domanda, a seconda degli autori. Per me l´esperienza centrale è concentrata nella formula di Giovanni: “Chi ama conosce Dio”, che indica l´unità in Cristo della dimensione verticale, la ricerca di Dio, l´elevazione dell´anima, e del rapporto con il prossimo. È ciò che esprime la resurrezione di Gesù: il luogo concreto della resurrezione per noi è un amore del prossimo che manifesta la presenza del Dio di Cristo in mezzo a noi. Con un altro linguaggio si potrebbe dire che l´esperienza centrale è l´unità nel Cristo di ciò che ne è di Dio e di ciò che ne è dell´uomo. Dire questo non è fare l´elogio dell´individuo Gesù o avere devozione per la passione, ma comprendere che l´esperienza centrale della fede cristiana non può avere altro luogo che l´esperienza radicale dell´essere umano: è la nascita dell´essere umano nella sua verità. La parola evangelica, ormai consunta dall´uso, sarebbe amore, agapé, che è, al tempo stesso, l´esperienza critica estrema.
Lei sostiene che lo spirito evangelico è fondamentalmente potenza. In quale ambito potrebbe esplicarsi tale potenza nella società attuale?
Oggi assistiamo a una formidabile esplosione di potenza in tutti i settori, che mi sembra il prolungamento della grande iniziativa dei tempi moderni. Eppure al centro di questo prodigioso dispiegamento tecnico-scientifico si scava una assenza temibile: gli esseri umani rischiano di perdere ciò che li sostiene nella loro umanità. Vivono in un mondo in cui la potenza è infinitamente dilatata e, al tempo stesso, infinitamente ristretta, perché si esplica solo come potenza tecnica. Oggi in una università si può trovare tutta la cultura possibile, ma non il modo come diventare umani. È come se in tutta questa scienza si scavasse un immenso buco. Io penso che proprio in un luogo simile occorra prendere un´iniziativa decisiva: suscitare una potenza creatrice che può trovare la sua sorgente nella fede. Non si tratta semplicemente di lottare contro gli abusi di questa società, che è ancora un modo di dipenderne, ma di un tentativo di rifondare l´umanità. Per me la fede è critica e potenza insieme e sono convinto che in questo contesto possa parlare con forza.

(Rossi, A., 2004, “Bisogna ripensare tutto”, «l’Altrapagina», dicembre)

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