sabato 14 dicembre 2013

Esiste una verità assoluta?

Vi è una verità assoluta?
La domanda può sembrare desueta o irrilevante.
O, se la si prende sul serio, pericolosa. La verità assoluta, è pretesto per ogni intolleranza, è il principio stesso del totalitarismo, a cominciare da quello del pensiero.
Tuttavia, alla domanda: vi è una verità assoluta? – io rispondo sì.
Provo a spiegarmi.

Primo punto: di che tipo di verità si tratta?

Passando spudoratamente al di sopra delle controversie sulla natura della verità, direi che qui si tratta di ciò che s’impone allo spirito, al di fuori di qualunque possibile contestazione; è ciò che non si può non ammettere, che non si può rifiutare, senza per ciò stesso sconfinare nella menzogna o nello smarrimento.

Ma quale può esserne il contenuto? Quando, nel Don Giovanni di Molière, Sganarello chiede al suo padrone in cosa crede, Don Giovanni risponde (nel linguaggio del XVII secolo) : «Io credo che 2 più 2 fa quattro». Difficile negarlo. Ma c’è una verità inscritta nell’aritmetica; si può concepire in maniera diversa l’unità o la dualità (Dio e l’uomo, ad esempio, non sono riducibili a dei numeri).

La verità di cui mi arrischio a parlare non è regionale, essa non fa capo a un’assiomatica particolare. Essa è, se così si può dire, assolutamente assoluta. Merita la maiuscola. Si trova sul versante di quei grandi principi o di quelle asserzioni prime che governano tutto, che bisogna riconoscere o accettare, a pena di... di cosa, in realtà? D’essere bruciato come eretico o rinchiuso come folle?
C’è da inquietarsi.
O da ridere, se si giudicano questi tempi passati.

* * *

La casa automobilistica Citroën ha organizzato, nel secolo scorso, una spedizione nel cuore dell’Asia. Si è dovuto attraversare il deserto del Gobi. Condizioni spaventose: tempeste, incidenti, disordini, massacri; ma niente era in grado di alterare la buddistica serenità della guida mongola. Fino al giorno in cui la videro ritornare, sconvolta: era andata a verificare l’itinerario ed aveva constatato che i confini – immutati da millenni, che costituivano per lui quei riferimenti essenziali che rendevano abitabile lo stesso deserto – erano stati spostati. Spostati i confini, era giunto il caos, la fine del mondo.

Quest’aneddoto mi serve da parabola. Essa suggerisce che vi è un ordine primo delle cose, al di fuori del quale tutto si sgretola. Chi dice ordine, dice limiti; ma essi possono essere infranti senza che l’ordine ne venga distrutto: si può rimediare alla trasgressione, interpretarla, sottometterla all’ordine. Al peccato si ripara con la penitenza, al delitto con la prigione, alla menzogna o all’errore con la verità, al malessere dell’anima con la saggezza o la cura, ecc. Allora, tutto ciò che è umano si trova dentro lo spazio d’umanità, anche il male o l’errore; segno ne è che essi possono essere detti e pensati.

Ma c’è un limite secondo. Se viene infranto, l’ordine è distrutto. Si sconfina nell’irrecuperabile e nell’impensabile. Si è fuori dal linguaggio. È la morte della parola. È l’inumano.

Si è parlato, a proposito di Auschwitz, di olocausto. Vi è perfino una serie televisiva con questo titolo. Ma gli Ebrei hanno protestato: l’olocausto è un sacrificio, che ha il suo posto nel grande rituale e si inscrive nella tradizione di Israele. Mentre Auschwitz è la Shoah, la distruzione. Essa non si inscrive in nessun modo: è come un mostruoso “al di fuori” che irrompe nel mezzo della società umana.

Se vi è una verità assoluta, si trova là, dalla parte del limite. Noi possiamo qui discutere della legge morale, del suo fondamento, del suo contenuto, della sua evoluzione; dibattere su Kant, o sulle leggi della Chiesa, o sulla permissività. Ma niente del genere è possibile su Auschwitz. Credo che nessuno di noi possa dichiarare: dopo tutto, vi è un problema ebreo, e tra le soluzioni possibili... perché non la soluzione finale?

* * *

Dov’è il limite secondo, quello che devo rispettare assolutamente?
Proverò ad indicarlo in tre modi.

Vi è un limite etico, di cui darò altrove un ulteriore esempio. Non si tratta, se così posso dire, del semplice errore e nemmeno del semplice crimine. Si tratta di ciò che spezza irreparabilmente il legame umano.
Una volta spezzato questo legame, noi non siamo, gli uni verso gli altri, delle belve, ma dei demoni. Cadiamo in un orrore innominabile.

Il limite primo, logico, concerne l’errore, o anche l’illusione. Vi si rimedia con il lavoro di verità. Quello, ad esempio, della ragione militante e critica, alla maniera cartesiana, innamorata della matematica, o tramite la verifica sperimentale. O ancora, il lavoro di verità può assumere lo stile, ad esempio, della psicanalisi, la psicanalisi in atto, nella quale l’analizzando – che attraversa gli abissi dell’oscuro tramite la sua stessa parola – giunge a quella «constatazione leale» nella quale Freud per primo vide il frutto di una tale pratica. In questi diversi casi, in realtà in tutti i casi in cui si fa il lavoro di verità, vi saranno difficoltà, brancolamenti, inciampi; e dunque, senza dubbio, parecchi sconfinamenti oltre la linea che separa il vero dal falso. Ma tutto ciò resta all’interno dello spazio del pensiero, della parola, del logos. Il limite secondo è infranto quando la parola muore, quando il pensiero si decompone nell’ebetudine o nel delirio. Un’altra precisazione: d’un delirio che non lascia alcuna speranza all’ascolto o all’interpretazione, puro crollo del linguaggio, un’assenza che da la vertigine.

Come esempio ulteriore del limite secondo, richiamerei il solipsismo. Si sa che tra tutti gli –ismi possibili (che non mancano: materialismo, idealismo, razionalismo, ecc. ecc.) il solipsismo è quello che non viene rivendicato da nessuno. Come potrebbe questa tesi, che nega l’esistenza dell’altro, indirizzarsi a lui? Ma il solipsismo è ancora una tesi, appunto; se ne può discutere. Il limite secondo viene infranto quando il solipsismo passa, in qualche modo, alla realtà; quando un soggetto, un soggetto umano, si percepisce come il solo esistente, non essendo tutto il resto – ivi compresi gli altri – che sue rappresentazioni o suoi fantasmi. Non si tratta più di tesi o di discussione, ma di una sorta di sensazione vertiginosa, incontrollabile. Questa solitudine è una angoscia... ebbene, sì, la parola affiora irresistibilmente: un’angoscia assoluta.

Si può allora parlare di limite ontologico: ciò che è in causa è l’essere dell’uomo, l’essere-là, nella sua correlazione prima con tutto quello che si offre a lui, del mondo e degli altri uomini. Se questo limite viene infranto, si cade nell’inumano.

* * * 

La descrizione del limite secondo è estremamente difficile, forse perfino impossibile, perché si rimane sempre all’interno di uno spazio di parola scambiata, di presenza e co-presenza umane, e il limite individua appunto un al di là – dove questa presenza crolla.

In verità, i tre esempi che ho fatto possono sembrare molto diversi. Cos’hanno in comune l’inespiabile del limite etico, l’impensabile del limite logico e l’invivibile del limite ontologico?
Quanto meno questo: che, a superare il limite secondo, si entra nella distruzione. Da cui la necessità – assoluta – di non superarlo. Perché ciò che si gioca lì è a monte di tutto; di ogni domanda, di ogni discussione, di ogni ricerca filosofica o teologica. C’è bisogno di questo inizio d’umanità perché il pensiero prenda forma, possa dirsi e concertarsi.

Ecco perché il tema stesso della verità assume qui una tonalità particolare. La verità in causa è la stessa comparsa dell’umanità dell’uomo; è la nascita d’umanità. Negarla non è soltanto rifiutare quella tale idea o quella tal cosa, è inabissarsi in qualcosa che non ha nome – nominare è già conoscere e abitare; un non so che peggiore dello stesso nulla, che è semplice assenza. La distruzione, se ha luogo, è in un certo senso azione; essa disfa l’umano nell’uomo. È un assassinio al di là di ogni assassinio.

L’assoluto di una tale verità non è un assoluto che potrebbe, ad esempio, essere oggetto di dibattito o di polemica. È semplicemente «ciò senza cui» – non c’è neanche “niente”; quel niente (rien) di cui può dissertare il filosofo a proposito del nulla (néant), o ciò che può evocare la mistica, a proposito dell’abisso divino e dell’esperienza della notte.

C’è forse bisogno di parlare della verità? Non è a monte dell’idea stessa di verità? Come ciò che permette che vi siano parola e pensiero, impegnati nella ricerca della verità?
Almeno (sembrerebbe) questo resta fermo: che in quel luogo-là, la negazione è impossibile, a meno di sprofondare al di sotto di ciò che rende possibile ogni pensiero, compresa la negazione!
Rifiuto del rifiuto! Ma la doppia negazione, si sa, è positiva. Si trova dunque lì un’affermazione originaria che ci dona a noi stessi, gli umani, prima di ogni sapere e di ogni credenza, di poterci porre al riparo dalla distruzione. È come una luce originaria, che concerne la nostra stessa possibilità d’essere là. Si pensi al prologo del Vangelo di Giovanni. «In principio», nell’apertura originaria, si teneva e si tiene il logos, la parola unificante che libera dalla tenebra. Giovanni aggiunge che la luce venne, che le tenebre non l’hanno vinta, e che essa rischiara ogni uomo.

Ma noi abbiamo qualche motivo per temere che la tenebra possa vincere.

* * * 

Perché subito si sollevano domande spaventose.

La prima deriva, evidentemente, dal fatto che il limite secondo può essere infranto, e lo è stato. L’inumano può far parte dell’umano.

Si pensi, di nuovo, ai campi di sterminio. È necessario. Ma vi è un pericolo: di credere che si tratti di un episodio mostruoso, per fortuna fuori dalla nostra portata, che la patina della Storia ricopre a poco a poco. Bisogna forse vedervi e intendervi un terribile ammonimento. Ciò è dunque possibile. E che protezione può esservi, se non la convinzione che esista un limite assoluto, che è proibito, addirittura impensabile, infrangere?

Ora, questa è una convinzione, come noto, molto minacciata (non ho io per primo, all’inizio di questo colloquio, richiamato il suo discredito?). Noi viviamo in una società dominata da quella che va sotto il nome di economia, ovvero di fatto dominata dall’eccitazione continua delle voglie e lo sviluppo accelerato delle tecniche, che si sostengono a vicenda. I due principi che reggono il mondo nel quale viviamo oggi sono: «Tutto è possibile!» e «Tutto è permesso!» Ma non vi è niente lì che possa realmente sostenere e proteggere l’uomo di fronte alle minacce estreme. Da cui deriva la reazione di fuga davanti alla domanda che abbiamo osato porre: vi è una verità assoluta, e dove si trova?

La reazione può assumere due forme apparentemente opposte. Da un lato un ritorno massiccio dello spirito dottrinario, di cui certi integralismi e fondamentalismi religiosi danno un chiaro esempio. Ma l’integralismo può trovarsi dappertutto, ad esempio in medicina, o in economia. Dall’altro lato, il relativismo, lo scetticismo, o anche – presso tale o tal altro scrittore alla moda – una specie di gioia perversa nel disprezzare la vita, nell’annientare la povera umanità sotto il peso del disprezzo.

Questi atteggiamenti così opposti hanno un tratto comune: il rifiuto di pensare. Di questi tempi, sembra una minaccia particolarmente grave. Certo, si pensa molto, nell’ambito della tecnica o, come si dice, della cultura. Ma il pensiero realmente pensante, all’altezza dell’umanità, è quello che osa affrontare l’estremo; non soltanto porre le domande più radicali, ma lasciar avvicinare la domanda che precede tutte le altre, perché a partire da essa si gioca, assolutamente, la possibilità di tutte le altre.

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Cerchiamo di accogliere, nei limiti delle nostre possibilità, le domande che affiorano in prossimità del limite secondo.

Ciò che appare a tutta prima, in maniera sconcertante, è che il limite secondo è infranto. Si pensi: è dunque possibile che l’uomo, che l’essere umano cada in qualche modo al di fuori di se stesso, nel caos mostruoso: abisso del compiacimento del crimine puro, della follia estranea a ogni comunicazione, dell’angoscia che priva di ogni sostegno. Come pensare quest’impensabile? Come reggere questo pensiero, cioè che il suolo su cui camminiamo possa scomparire?
Ma la realtà è ancora più sconcertante. L’al di là del limite secondo non è sempre, in ogni caso non manifestamente e provvisoriamente, il caos. Esso può assumere le sembianze dell’ordine. Qui, ancora, il caso nazista è impressionante. Il III Reich è l’ordine nuovo che succede al disordine, l’organizzazione efficace, fin nel peggio del peggio.
E vi è di più: questa aberrazione impensabile fa la sua comparsa in un popolo civile, intellettualmente e tecnicamente molto dotato, impregnato – almeno in apparenza – per secoli dal cristianesimo.
Così dunque, il terribile al di là potrebbe essere un anti-ordine, e sorgere proprio là dove tutto farebbe pensare che questo genere di disgrazia sia assolutamente superato.

Si pensi al limite etico. Ma vi sono anche, sul versante della follia, dei deliri organizzati, qualche volta in modo così potente, così armato che riescono a imporre la loro legge. Nell’economia c’è un virus di questo tipo... Quanto a ciò che ho chiamato limite ontologico, esso può essere qui, nella sua dissimulazione, il più temibile. Il fondo della disgrazia di molti uomini è una sorta di vacillamento inquieto legato alla loro venuta all’essere, una colpa d’esistere ben più pesante della trasgressione etica; una solitudine scavata fino a diventare abisso, che può dar luogo a qualunque genere di crimine e di follia. Hitler era un uomo immensamente solo.

E, il XX secolo lo ha testimoniato, è sempre possibile ritornarvi. Fine della rassicurante fiducia nel progresso. Finché vi si crede, perfino le più aspre crisi possono inscriversi nello sviluppo storico; perfino la violenza può lì essere parto, come voleva Hegel. L’ordine antico delle cose può crollare, se l’ordine nuovo viene a salvarci.

Ma se «l’ordine nuovo» reca nei suoi lombi la distruzione, allora c’è da disperare. E si vede fiorire tutta una letteratura della derelizione, immagini d’ogni sorta dell’in-basso, che annunciano, talora ingenuamente, che il fondo dell’uomo non è altro che corruzione e miseria.
Se noi accettiamo questo verdetto, decreteremo con ciò la vittoria di Hitler.
E non dimentichiamolo: se le disgrazie del XX secolo ci fanno pensare, è per pensare a noi stessi e dunque – se posso arrischiare la formula – all’urgenza della verità assoluta.

* * *

Ma qual è? Dove trovarla?
Essa si afferma nel rifiuto stesso di scivolare nell’in-basso. Molto bene. Ma per dire cosa?

Ciò che a tutta prima viene in mente, è che essa dica – tutto. Cioè: essa non dice una cosa o un’altra, non si solidifica in una tale tesi o una tale credenza, essa è soltanto la presenza, la presenza primitiva di tutte le cose, quando l’essere umano si risveglia a se stesso e al mondo; e in questa presenza primitiva, vi è il viso, la voce, il corpo dell’altro, mio simile, è anche da lì che tutto avviene per me – liberazione dal solipsismo. Paradosso: l’assoluto non si trova in una costruzione grandiosa, ma nella più umile, in ciò che partecipa di tutto l’umano in quanto libero dalle ganasce del grande Assassinio.

Ciò sfugge a ogni concetto, non per debolezza, ma per potenza: tutti i concetti nascono da lì. Al punto che il concetto stesso di assoluto – «Ciò che esiste indipendentemente da qualunque condizione: la metafisica, ricerca dell’assoluto», recita il Petit Larousse – questo concetto stesso, come tutti gli altri, può sembrare fastidioso.

Tuttavia, ciò che sto dicendo della presenza può infastidire per un altro motivo: lì si rimane nel vago, nell’impressione, la banalità, addirittura in un lirismo sospetto. In verità, questa esperienza non è più banale della nascita o della morte, cose ben note, ma sempre inaudite.
Solo il poeta, quando è ispirato, può dire le cose prima. Mi si perdonerà (spero) di non dire, ma solo d’indicare.

Ora, precisamente, cosa fa il poeta? Parla. E la sua parola risveglia; essa è come l’aurora della presenza, del dono primitivo. E anche se la nostra parola non è di quelle altezze, non vi è forse in essa come il risuonare in lontananza di questa parola inaugurale che separa dalla distruzione?
Viene dunque il pensiero che, poiché al di là del limite, la parola uccide, l’assoluto, è la parola.
Sfortunatamente, così come c’è un ordine-a-rovescio sul versante del caos, altrettanto vi è una parola-a-rovescio che utilizza il linguaggio per parlare contro la parola. Angelus Silesius scrive: «Die Rose ist ohne warum», la rosa è senza perché. Le SS dicono all’Ebreo, all’ingresso del campo: «Hier ist keine warum», questo luogo non ha un perché. Disgrazia della parola! La stessa formula dice l’estremo opposto: la pura libertà della creazione, la rabbia di avvilire e di distruggere.

Allora sorge la domanda, una delle più grandi dell’umanità, forse la più grande: qual è la parola che porta la parola?
Qual è il logos che sa sconfiggere la tenebra?

(continua)

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