sabato 14 dicembre 2013

Invito al pensiero di Maurice Bellet/9. Fede e psicanalisi

I pochi resoconti comparsi su riviste scientifiche sono così carichi di incomprensioni e malintesi che non potrei replicare ai critici se non invitandoli a rileggere questo libro. O forse, più semplicemente, a leggerlo.
S. FREUD, L’interpretazione dei sogni

Al centro dell’indagine di Bellet c’è il rapporto tra fede ed analisi: può un cristiano avere a che fare con la psicanalisi, che rischia di mettere in questione (se non addirittura di abbattere) la sua fede? Per contro: può un sostenitore della psicanalisi avere a che fare con il cristianesimo, dopo la critica della religione operata da Freud?
Per Bellet, cristiano e psicanalista, un rapporto è certamente possibile e anzi necessario.
Va premesso che la fede e l’analisi devono in primo luogo essere considerate autonome, cioè come ambiti distinti e mutuamente irriducibili; e che esse vanno colte e affrontate nell’esperienza che offrono, nell’esperienza che il soggetto fa di se stesso tramite l’una e l’altra, e non nei rispettivi ambiti dottrinari (all’interno dei quali esse si mostrano incompatibili se non addirittura antitetiche). Così Bellet individua fin da subito il luogo della discussione, come luogo nel quale la persona può tentare di porre rimedio alla propria sofferenza “spirituale”.
Non è dunque la sintesi l’obiettivo di Bellet (ciò che è impossibile, perché sia l’esperienza cristiana sia quella psicanalitica, come si diceva, sono irriconducibili a qualunque altra), ma l’incontro; il che presuppone il rispetto e l’interesse reciproci: giudicare a priori, dall’alto della propria indiscussa verità, è sterile e metodologicamente più che dubbio. Anche perché la psicanalisi è – vista dall’interno, cioè dalla parte di chi ne ha fatto personalmente l’esperienza – un cammino di verità aperto a tutti gli uomini, indipendemente dal loro credo (anche se esso, è ovvio, non è indifferente), non solo a pochi sventurati nevrotici in cerca di rifugio.
L’incontro va realizzato con prudenza, certo, ma senza diffidenza. D’altro canto si sa che, a una prima occhiata, la psicanalisi mostra alla fede cristiana un volto inquietante; infatti, contrariamente al sentiero cristiano tradizionale (quello dell’ascesa sul ripido sentiero della propria perfezione), essa fa del “dire tutto ciò che viene”, anche ciò che è più incongruente o indecente, senza censure, la propria regola principale: opposto di quella morale bimillenaria basata sulla potenza del divieto e sullo sforzo di autorepressione.
Tuttavia, al di là di questa scorza di spregevolezza, la psicanalisi aspira al più alto dei traguardi: quello di entrare nella verità tramite la rinuncia a possederla, soprattutto nelle immagini che l’uomo è solito farsi di se stesso, della propria perfezione “angelica”, dei propri oggetti religiosi. La psicanalisi non è dunque, in ultima istanza, una disciplina immorale (o addirittura una esaltazione di principio della liberazione da ogni freno morale): essa è piuttosto il tentativo di liberare l’uomo dalla gabbia delle costruzioni intellettuali e morali che egli stesso si crea, e che proiettano di lui un’immagine disincarnata, come priva di pulsioni, che non fa che nutrire l’ossessione e la rinuncia alla vita che ha generato nel passato (e anche nel presente) tanta letteratura anticristiana.
La psicanalisi non riconduce tutto alla sessualità; essa conduce piuttosto a riconoscere in tutto la presenza del gioco oscuro delle pulsioni e delle resistenze.
La psicanalisi è una questione di verità, non di dottrina; di lealtà, non di apostasia. È una via per conoscere se stessi in maniera autentica, senza infingimenti, senza scorciatoie. Una dottrina che pretenda invece di edificare se stessa sulla negazione della realtà dell’uomo o anche sul semplice distogliere il proprio sguardo da essa, non è una dottrina antagonista della psicanalisi, è una dottrina falsa. Una fede che contrapponga le proprie esigenze al buon senso, non è adatta alla vita dell’uomo.

(«l'Altrapagina», aprile 2009)

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